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La
giuria del Salon "Un istituto d'igiene"
Nonostante le modifiche apportate in senso liberale alla
sua composizione tra il 1863 e il 1881, la giuria del Salon
non smorzò la sua ostilità nei confronti degli
impressionisti. Corot e Daubigny,
quando ne fecero parte, tentarono di convincere i colleghi
a una maggior comprensione, ma invano: dovettero dimettersi.
Nessuna argomentazione di buon senso riuscì a modificare
questo atteggiamento passionale, tutt'altro! Dopo il 1870,
approfittando dell'esaltazione nazionalista che aveva fatto
seguito alla sconfitta, la giuria del Salon e i membri dell'Institut,
irrigiditi nella loro ostilità, si mostrarono ancora
più intrattabili. Avendolo notato, Henri Guillemin
scrisse che in quel momento il Salon era "un ente di
protezione e di igiene...". Secondo i "Chers Maitres",
gli innovatori contribuivano a demoralizzare il paese e,
in sostanza, patteggiavano implicitamente con il nemico.
I
tre avversari
I più accaniti furono Cabanel,
Gérome e Bonnat,
pur essendo quest'ultimo amico di Degas. Questo zitellone,
collezionista appassionato, dominava, insieme con Meissonier,
l'arte del Secondo Impero. Come Ingres,
veniva chiamato "Monsieur". A quanto pare, l'occhio
straordinario che aveva per giudicare le opere antiche non
aveva affinato il suo gusto per quelle moderne. Era un intollerante,
e la sua attiva inimicizia per gli impressionisti non cessò
mai. Membro della commissione incaricata di pronunziarsi
sugli acquisti e sulle donazioni dei musei, fece rifiutare
dal Louvre il dono di ritratto di M. Delaporte au jardin
de Paris di Toulouse-Lautrec, suo ex allievo, cui era ostile,
sebbene Lautrec fosse stato un discepolo perfettamente rispettoso.
Decorato con medaglie, nastrini e onorificenze, Bonnat era
uno dei mostri sacri del Secondo Impero e della Terza Repubblica.
"Quasi ogni sera" racconta Thadée Natanson,
"la sua cravatta di mussolina si accompagnava con un'altra,
del colore di un ordine che variava secondo l'ambasciata
o il ministero in cui officiava, oppure era in armonia con
le decorazioni che danzavano sul suo frac di accademico.
Dotato di un vocione piuttosto potente, quando si alzava
da tavola sollevava e agitava la testa a scatti, il viso
spesso congestionato, e si teneva sulla punta dei piedi;
sul suo ventre si gonfiava un jabot di cordoni, medaglie,
nastri marezzati, e tutto questo conferiva alla sua andatura
la stessa maestà del tacchino che esige il massimo
rispetto dal resto del pollaio, e intende farsi cedere il
passo."
Al suo ritorno da Villa Medici, verso la fine del Secondo
Impero, si era dedicato quasi esclusivamente alla pittura
religiosa, e soltanto dopo la Comune aveva intrapreso la
carriera di ritrattista, eseguendo - è proprio l'espressione
adeguata - il ritratto di Thiers. L'enorme successo riportato
da questa lugubre effigie fece di lui, per mezzo secolo,
il ritrattista d'obbligo dell'ambiente ufficiale e dei presidenti
della Repubblica. Pretendeva 30, 40 o perfino 50.000 franchi
per un ritratto di uno stile stentato e arido, dai colori
smorti. Era preso in giro anche negli studi dell'École
des Beaux-Arts, dove insegnava, e correva sulla bocca di
tutti la canzonetta:
Bonnat,
Tu peins très bien la redingote Chacun sait ca.
Chacun sait ca. Tu la
Détaches couleur de botte Sur fond caca,
Sur fond caca...
Ma questo non gli impediva di essere potente e ricercato.
Due
arrabbiati
Cabanel fu adulato dal Secondo Impero e dalla Terza Repubblica
anche più di Bonnat, del quale era assai più
anziano. Incarnava il perfetto tipo del pittore che s'incontrava
in casa della principessa Matilde o all'Eliseo, coperto
di croci, di patacche, di medaglie... Ai suoi funerali,
i cuscini con le sue decorazioni rivaleggiavano con quelli
delle teste coronate.
"Cabanel poteva riuscire" diceva Degas, "ma
aveva soltanto vanità. Avrebbe potuto fare buoni
quadri, ma non ne ha mai avuto il coraggio. E non ha mai
ricevuto dei complimenti da un artista." Era vero;
tuttavia nel momento stesso in cui Manet era messo in ridicolo
per la
' Bonnat / Quanto sei bravo a pittare / Lacera \ este del
potere / Ognuno lo sa. / Ognuno lo sa. / Il suo color cuoio
si stacca /Contro un bel fondo cacca, / Contro un bel fondo
cacca [N. d. T.].
sua Olympia, Cabanel riceveva grandi lodi per La nascita
i Venere. Quest'opera lo aveva consacrato "pittore
del. a donna". Octave Mirbeau osservava ironicamente
che questa grazia, questa morbidezza, questa radiosità
della nelle, questa fioritura delle carni, questo sogno
delle pupille, questo mistero delle nuche, questo brivido
di luce sui giovani incarnati, questo profumo dei capelli
dai riflessi di cielo, quest'ebbrezza che sale dai corpetti,
questa conturbante vita delle mani, al tempo stesso tormento
e carezza; tutto ciò che in essa c'è del fiore
squisito, dell'animale affascinante, della sfinge terribile,
tutto questo non è stato espresso né dal signor
Renoir, né dal signor Sargent, né dal signor
Whistler né dal signor Helleu. Pare che appartenga
al signor Cabanel, al solo Cabanel: il pittore della donna".
Mirbeau poteva ironizzare quanto voleva, ma non per questo
Cabanel risparmiava agli impressionisti il suo astio. Insieme
con Couture, e molto tempo dopo la morte del suo complice,
contribuì a far rinviare dalla giuria del Salon il
conferimento di una menzione a Manet. E nel 1884, quando
Antonin Proust organizzò la mostra retrospettiva
di Manet all'École des Beaux-Arts, minacciò
di dimettersi sia dall'École, sia dall'Institut.
Fu supplicato di rimanere.
Più pittoresco ma non meno accanito era Gérome.
Un uomo abbastanza simpatico: vecchio imbrattatele senza
boria, adorava la baldoria degli studi. Nello stesso tempo
era il perfetto tipo del pittore parigino che s'incontrava
alle prove generali, alle corse di Longchamp e al circolo
"L'Épatant". Il suo spirito era famoso.
Di ritorno da una visita a un amico, diceva sospirando:
"Ci siamo scambiati le idee, e io mi sono ritrovato
idiota".
Di tutti i pittori del suo tempo era quello che aveva viaggiato
di più. Si calcola che fosse stato sei volte in Oriente;
aveva risalito il Nilo a bordo di una feluca, e soggiornato
in Russia, dove lo zar aveva fatto manovrare 57 i suoi reggimenti
per permettergli di tracciare degli schizzi... Da ciascuno
dei suoi soggiorni riportava tele e altrettante litografie
a colori: Memnon et Sésostris, Mort de César,
Musique d'un régiment russe... notevoli per la precisione
dei costumi. 1 maniaci della lente non potevano certo prenderlo
in castagna!
Fornitore ufficiale dello zar, della regina Vittoria e dei
musei francesi, sposato con una figlia di Goupil, Gérome
conduceva una vita grandiosa nel suo palazzo di boulevard
de Clichy.
Successore di Couture nel favore degli allievi dell'École,
inculcava in maniera perentoria la disciplina fiacca dell'accademismo.
A Raffaelli, a Odilon Redon, che passarono nel suo studio,
impose senza distinzioni la sua tecnica basata sul disegno
dell'antico e l'idealizzazione delle forme. Simili principi,
difesi con veemenza, gettavano un'ombra sulla bonarietà
del suo carattere: fanatico dell'ideale accademico, più
ancora di Cabanel o Couture, diventava intransigente e vendicativo
quando si sentiva minacciato dagli impressionisti. Convinto
della necessità di sbarrar loro la strada, fece di
tutto per impedire che fossero ammessi al Salon. Bazille,
dopo l'insuccesso di Manet e di Sisley al Salon del 1869,
scriveva: "Tutto il male è stato fatto dal signor
Gérome, il quale ci ha trattati come una banda di
pazzi, e ha dichiarato che si credeva in dovere di fare
tutto il possibile per vietare ai nostri pittori di presentare
le loro opere".
Il suo astio non si placò mai. Nel 1900, molto tempo
dopo le battaglie dell'impressionismo, cercò d'impedire
al presidente Loubet, che visitava l'Esposizione Universale,
di entrare nella sala dov'erano in mostra i quadri degli
impressionisti: "Si fermi, si fermi, signor presidente!"
gli disse. "Qui c'è il disonore della Francia!"
Léon Daudet riferisce che fino alla morte, nel 1904
- ottant'anni - insistette sui luoghi comuni degli anni
Sessanta, confondendo nella sua riprovazione Manet e Whistler,
Carrière e Rodin.
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