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Il Messaggero - Venerdì 30 Settembre 2005

In prestito dal Museo d’Orsay di Parigi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna la tela del grande maestro: Ritratto in lutto, capolavoro di Degas



di Danilo Maestosi

Un museo non può accontentarsi del richiamo delle sue collezioni. Deve attivare calamite per attrarre nuovo pubblico o convincere la platea dei fedelissimi a tornare. Gettare ami insomma ed armarli con esche succose. Come quella che la Galleria nazionale d’arte moderna di valle Giulia è riuscita a procurarsi e da domani fino al 22 gennaio metterà in mostra nelle sue sale: la bellissima tela di Edgar Degas, che il museo d’Orsay di Parigi ha concesso per ricompensare il prestito di un capolavoro di Klimt.
E’ un grande ritratto giovanile della famiglia Bellelli impostato a Firenze nel 1858, durante il soggiorno di studio in Italia del pittore, e concluso a Parigi nel 1867. In posa, in un interno foderato d’azzurro, quattro suoi parenti in lutto per la recente morte del capostipite del ramo italiano dei Degas: la zia Laura, suo marito Gennaro Bellelli, un napoletano antiborbonico in temporaneo esilio in Toscana, e le loro due figlie Giovanna e Giulia. Il quadro ha l’immediatezza apparente di una fotografia, ma è in realtà il risultato, come tutte le opere dell’artista, di una ricerca meticolosa che miscela e calibra al dettaglio emozioni ed effetti cromatici, realismo e conoscenza dell’arte classica. Evocando le influenze di altri grandi maestri su cui Degas aveva costruito il suo apprendistato: l’alternarsi tonale di bianchi e neri di Van Dick, il modellato di Holbein, la precisione e la concisione di segno dei capolavori della pittura italiana. L’impianto è però originalissimo e riflette tensioni e sentimenti che orientano la sensibilità dell’artista. La stima per la zia che domina la scena vigile e impettita nel suo abito nero, la simpatia per le due bambine che Degas adorava, e infine il distacco, il disprezzo forse, nei confronti del capofamiglia, che la moglie stessa descrive nei suoi carteggi come una sorta di fannullone: Degas lo relega in un angolo, sprofondato in una poltrona accanto al caminetto. Esposta a Firenze la tela suscitò relativi entusiami: nel nostro paese Degas ricevette la sua consacrazione solo del 1926, alla Biennale di Venezia. Tra i pittori che gravitavano in Toscana se ne trova cenno soltanto in una lettera di Giovanni Boldini, che era un buon amico di Degas. Eppure sia la tecnica che lo stile riflettono una linea di fuga dai vincoli e dagli stereotipi dell’Accademia che all’epoca contagiava anche molti artisti toscani e italiani. Analogie e differenze che la soprintendente di Valle Giulia Valeria Marini Clarelli ha voluto giustamente evidenziare collocando il dipinto di Degas in un salone che raccoglie altri ritratti coevi di Fattori, Abbati, Morelli, Toma, Cecioni.
L’analisi del quadro e la ricostruzione della sua complessa storia è guidata da un prezioso cataloghino Electa curato da Mario Ursino.

 

 


Degas, La famiglia Bellelli, ante 1870 - Paris, Musèe d'Orsay.