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(Parigi, 1796 - id., 1875)
Figlio di un mercante di stoffe e di una rinomata modista,
Jean-Baptiste Camille Corot nasce di fronte al Louvre (il
suo primo quadro rappresenterà la Senna all'altezza
del Pont Royal). Allievo dei collegi di Rouen e di Poissy
e praticante presso alcuni mercanti di tessuti, egli manifesta
da subito un interesse esclusivo per il disegno. Nel 1817
i genitori gli permettono di installare un laboratorio nella
casa appena acquistata a Ville-d'Avray e, dal 1822, lo autorizzano
a seguire la sua vocazione artistica accordandogli altresì
uno stipendio. Privo di preoccupazioni finanziarie, Corot
dipingerà per proprio diletto manifestando le sue
tendenze, poetiche e realistiche insieme, con tale discrezione
tanto che i critici e gli appassionati impiegheranno molto
tempo prima di apprezzarne il valore. Segue le prime lezioni
accanto ad Achille Etna Michallon (1796-1822), anch'egli
allievo di Pierre Henri Valenciennes (1750-1819), e in seguito
si iscrive al laboratorio di Jean Victor Bertin (1775-1842),
il cui insegnamento di stampo neoclassico è a quel
tempo controbilanciato nello spirito dei giovani pittori
dalla libertà stilistica dei paesaggisti inglesi;
seguendo l'esempio di questi ultimi Corot e i suoi compagni
usano dipingere all'aria aperta.
Già in questo periodo la sua opera manifesta un
particolare dualismo: da un lato troviamo infatti i dipinti
di carattere paesaggistico, che l'artista sottoporrà
sempre al giudizio dei contemporanei; dall'altro le «figure»,
riservate solo agli intimi. La svolta decisiva per la maturazione
del suo stile è però costituita dall'incontro
con l'Italia, e non tanto con l'arte quanto con la luce
della terra italiana, per la rigorosità con la quale
disegna le linee dei paesaggi. Il suo primo viaggio al di
là delle Alpi (1825-28) lo porta a Bologna, Roma,
Napoli e Venezia. A Roma incontra alcuni giovani artisti
neoclassici come C.F.T. Caruelle d'Aligny (1798- 1871) e
Lèopold Robert (1794-1835), in compagnia dei quali
esegue vari schizzi a olio.
La critica del XX secolo assegna un posto di rilievo agli
schizzi italiani di Corot, alla loro luminosità,
alle armonie di giallo ocra e azzurro pallido (vedute del
Foro romano, di villa Medici, di Albano, Narni, Ischia,
Venezia, ecc.); tuttavia per Corot essi non rappresentano
che la base per composizioni più elaborate che egli
esegue in laboratorio; egli li conserva in un armadio segreto,
servendosene tuttavia per facilitare gli studi dei suoi
più giovani compagni d'arte. Di questo primo viaggio
egli conserverà il gusto del nomadismo pittorico,
dell'instancabile ricerca dell'attimo di eternità
contenuto in un paesaggio: La cattedrale di Chartres (1830)
è uno degli esempi più rappresentativi, come
più tardi lo saranno Il ponte di Mantes (1868-70
circa) e Il campanile di Douai (1871), tutti e tre conservati
al museo del Louvre.
Durante il suo secondo soggiorno italiano, nel 1834 (Genova,
Pisa, Volterra, Firenze, Venezia), Corot si interessa soprattutto
all'aspetto selvaggio di alcune regioni (come testimoniano
le due tele su Volterra, del 1834, conservate al Louvre);
tuttavia, sulla strada del ritorno, le leggere foschie aleggianti
sul lago di Como risvegliano per la prima volta in lui il
gusto per gli orizzonti avvolti nella nebbia: l'ulteriore
evoluzione della sua arte ne risentirà in modo notevole.
Dal 1835 al 1850 i suoi paesaggi, composti secondo la tradizione
di Poussin, come Omero e i pastori (museo di Saint-Lô),
devono molto al rigore dei suoi studi italiani, che influenzano
inoltre l'impostazione e precézanniana di alcuni
paesaggi, come in Saint-Andrè-en-Morvan (1842).
La Svizzera, terra di numerosi soggiorni, è la patria
della madre di Corot e questa eredità elvetica spiega
in parte il tranquillo realismo che si manifesta nella sua
opera. A partire dagli anni intorno al 1850 l'artista è
sempre più attratto dalle regioni in cui per l'umidità
dell'aria e per l'incerta luminosità il paesaggio
è circondato da un alone di poesia: queste visioni
si colgono già negli studi romani eseguiti nel corso
del suo ultimo viaggio (1843) in un'Italia che però
non gli comunica ormai più nulla. Con questa nuova
sensibilità riprende alcune opere precedenti per
presentarle al pubblico: è il caso del Souvenir de
Riva, conservato al museo di Marsiglia. All'influenza bucolica
di Chènier succede quella di Nerval. In effetti il
romanticismo, che non lo ha finora assolutamente attratto
per le sue forme vivaci e tormentate, lo tocca, ora, nella
sua forma elegiaca.
Il primo quadro significativo di questo periodo, Una mattinata,
la danza delle ninfe (Louvre), sarà seguito da numerose
composizioni della stessa ispirazione, nelle quali le danzatrici
dell'Opèra (di cui il pittore è un attento
spettatore) sembrano animare le radure del Valois. Corot
prende infine coscienza dell'importanza delle proprie ricerche
ed espone, a partire dal 1849, alcuni suoi studi:Veduta
del Colosseo (1825, Louvre), Il porto della Rochelle (1852,
Yale University). L'amicizia con Daubigny, incontrato nel
1852, e un viaggio in Olanda nel 1854, lo confermano nella
scelta di placidi paesaggi: tipico lo specchio d'acqua che
riflette un angolo di cielo (La chiesa di Marissel del 1866,
Louvre). Il suo interesse per gli studi atmosferici, per
il lavoro all'aria aperta, per le strade che fuggono verso
l'orizzonte, sembra preludere all'impressionismo (Pissaro
e Berthe Morisot saranno suoi allievi).
La schiera degli estimatori di Corot si infittisce quando,
nel 1855, l'imperatore acquista l'opera Il carretto, ricordo
di Marcoussis, presso Montlhèry (Louvre). Il successo
spinge Corot a moltiplicare talvolta in modo affrettato
«evocazioni» e «rêveries»,
a causa della sua generosità verso gli altri artisti
meno fortunati. In ogni caso questa negligenza non tocca
né gli studi di ambiente naturale né il lato
più intimo e segreto della sua arte, quello rappresentato
dalle «figure». Queste ultime, rivelate al pubblico
soltanto all'inizio del nostro secolo, susciteranno l'entusiasmo
dei cubisti. Tra esse, gli studi italiani dalle tinte compatte
e dall'impostazione geometrica, ritratti di famiglia, figure
di giovani donne pensose eseguite negli ultimi anni (come
La dama in blu del 1874, Louvre). La carriera artistica
di Corot termina con queste immagini approfondite psicologicamente,
la cui emotività contenuta evoca lo stile di Vermeer.
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