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Courbet ed il realismo
di Marta Ragozzino
Il giorno di Natale del 1861 il Courrier du Dimanche pubblica
una lettera scritta da Gustave Courbet sul tema dell'insegnamento
artistico, nella quale il pittore esprime i principii fondamentali
del suo mestiere e della sua estetica (cfr M. De Micheli,
Le poetiche, pp. 127-166). Con questa bella lettera Courbet,
ormai famoso ed affermato ma ancora bersagliato dal veleno
della critica più accademica, risponde all'invito
rivoltogli da alcuni giovani artisti che desideravano diventare
suoi allievi e gli avevano proposto di insegnare in una
scuola d'arte. Il critico Jules-Antoine Castagnary, che
in quegli anni era il maggior sostenitore del pittore, considera
questo testo come un vero e proprio "manifesto del
realismo". Courbet, nella lettera, si rivolge ai più
giovani colleghi che vorrebbero apprendere il segreto della
sua pittura e spiega loro che l'arte è un processo
individuale e che non può essere insegnata o impartita
perché è il mezzo speciale, il "talento",
con cui ciascun artista "applica le sue facoltà
personali alle idee e alle cose dell'epoca in cui vive".
L'arte della pittura, insomma, consiste essenzialmente nella
rappresentazione di ciò "che l'artista può
vedere e toccare": in questo senso ogni epoca può
essere rappresentata, quindi interpretata, solo dagli artisti
che in quel tempo siano effettivamente "vissuti".
Per Courbet, da più di vent'anni sulla breccia parigina
(prima l'effervescente e dura vita della bohème,
poi i moti del '48, poi il "ritorno all'ordine"
del Secondo Impero) è assai importante essere profondamente
immersi nel proprio tempo, dunque "assolutamente moderni",
come diceva Baudelaire, uno dei grandi amici della giovinezza,
a cui il pittore ha dedicato un romantico ritratto alla
fine degli anni Quaranta. Ma questo non basta: è
altresì necessario coniugare al talento personale
e allo sguardo rivolto verso la realtà circostante,
la conoscenza degli antichi maestri e lo studio della loro
tradizione pittorica. Non per cercare nel passato modelli
stilistici o canoni compositivi da imitare bensì
per poter guardare con occhio nuovo l'oggi, la realtà.
Courbet teorizza, e soprattutto pratica, una pittura del
presente, una pittura contemporanea. In questo senso scrive
ai suoi "allievi": "sono anche del parere
che la pittura è un'arte essenzialmente concreta
e che può consistere soltanto nella rappresentazione
delle cose reali ed esistenti. » un linguaggio tutto
fisico che ha per parole tutti gli oggetti visibili; un
oggetto astratto, invisibile, che non esiste, non è
di dominio della pittura". Dunque, rispetto alla pittura,
e forse all'arte in genere, l'immaginazione è, per
l'autore degli Spaccapietre, delle Demoiselles des bords
de la Seine, ma anche delle scene di caccia, dei boschi,
delle marine e dei tanti ritratti, solo la capacità
di trovare l'espressione più completa e immediata
per dipingere la cosa esistente, non la facoltà di
inventare un soggetto, di tradurre in forma un'idea, di
esprimere un simbolo. Non ci si deve approssimare ad un'idea
superiore, ad un bello assoluto: il bello è già
nella realtà, bisogna solo saperlo vedere.
Le parole di Courbet, che suonano come una dichiarazione
di fede, come l'enunciazione di un principio sono, in primo
luogo, il risultato di un lungo periodo di attività
indefessa svolta tra Parigi (dove era arrivato nel 1839),
la Franca Contea (dove ogni anno faceva ritorno per diversi
mesi) i soggiorni in Normandia, i ricorrenti viaggi in Germania.
Solo pochi anni prima, nel giugno del 1855, il pittore aveva
dichiarato "L'attributo di realista mi è stato
imposto come agli uomini del 1830 si impose quello di romantici.
In ogni tempo le etichette non hanno mai dato una giusta
idea delle cose; se fosse stato diversamente le opere sarebbero
superflue". Courbet aveva scritto queste parole, sempre
con l'aiuto di Castagnary, nel catalogo della sua prima
mostra personale al Pavillon du Réalisme. Era stato
lui stesso a far costruire, a sue spese, questo Padiglione,
in segno di protesta verso la giuria della Prima Esposizione
Universale, da poco inaugurata a Parigi nel nuovo Palais
de l'Industrie. La giuria dell'Esposizione, composta da
pittori accademici dell'Ecole des Beaux Arts, aveva infatti
respinto i suoi due quadri più significativi: Funerale
ad Ornans, il gigantesco manifesto pittorico del realismo,
già esposto al Salon del 1850-51, e l'altrettanto
grande e appena terminato Atelier del pittore: allegoria
reale che determina una fase di sette anni della ma vita
artistica, ammettendone, invece, altri undici meno emblematici.
Courbet non aveva voluto accettare passivamente il verdetto
che condannava la sua pittura concreta, materica e "democratica"
e aveva deciso di sfidare il chiusissimo sistema dell'arte
che, anche allora, non lasciava spazio a scelte divergenti
da quelle che informavano il gusto accademico dominante.
Un gusto piatto, in larga misura retorico e noioso oltre
che codino, che caratterizzava l'arte à la page nel
Secondo Impero e che indirizzava sia la committenza ufficiale,
sia le scelte della critica sia, conseguentemente, quelle
del pubblico. (Cfr J. Rewald, La storia dell'impressionismo
e L. Nochlin, Il realismo e la pittura europea del XIX secolo).
Il pubblico, che ogni due anni visitava i Salons, era abituato,
infatti, a una pittura ben ordinata, bilanciata, composta
e soprattutto narrativa. A ciò che i maestri più
accreditati chiamavano "disegno colorato", i cui
principii venivano impartiti da chi insegnava all'Accademia
di Belle Arti, in prevalenza allievi o epigoni, diretti
ed indiretti, di Ingres. In polemica con questi principii,
che avevano portato ad una eccessiva standardizzazione della
produzione artistica (che si dibatteva fiaccamente tra i
due opposti e irriducibili poli rappresentati, da una parte,
dai partigiani della linea, schierati al fianco di Ingres
e, dall'altra, dal partito del colore che faceva capo a
Delacroix), Courbet aveva fatto realizzare, nei pressi dell'Esposizione
Universale, un padiglione nel quale aveva esposto, intorno
alle due opere che erano state rifiutate, un'ampia selezione
dei suoi quadri, dando così vita alla prima mostra
"personale" privata. Un gesto coraggioso, che
non aveva avuto, però, il meritato successo: il pubblico,
infatti, aveva disertato il Pavillon du Réalisme,
affollandosi, invece, nei corridoi della grande Esposizione
ufficiale.
Il testo che accompagna il catalogo della mostra del 1855
si conclude con una efficace dichiarazione d'intenti: "essere
capace di rappresentare i costumi, le idee, l'aspetto della
mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo
un pittore ma un uomo; in una parola fare dell'arte viva,
questo è il mio scopo". In queste parole è
contenuto tutto il programma dello scomodo e imbarazzante
pittore proveniente dalla provincia, che la critica accusava
di dipingere quadri volgari, brutti, senza idee e soprattutto
scandalosamente senza disegno. Quadri troppo veri, o meglio
esageratamente vivi: che non mettono in scena un'idea, non
raccontano una storia, come quelli ai quali il pubblico
dei Salons è abituato e che si affastellano inerti
e un po' ripetitivi sulle pareti dell'Esposizione Internazionale,
bensì riflettono la realtà così com'è,
senza strutture, convenzioni, mediazioni.
A queste poche e semplici parole il pittore ha affidato
le sue intenzioni, il suo sguardo franco e curioso, la sua
scelta critica e soprattutto il suo nuovo linguaggio artistico.
Una scelta pittorica rivoluzionaria, dirompente, che trasgredisce
i codici convenzionali e le regole accademiche e affronta
la realtà sulla scorta della conoscenza interiorizzata
dell'arte del passato, studiata sui banchi del Louvre più
che su quelli delle accademie. Courbet non è stato
un grande teorico, più delle sue semplici frasi sono
i suoi quadri a parlare veramente chiaro.
Sono quadri che esprimono, infatti, nella loro verità
e immediatezza, le contraddizioni del presente e sono lo
spunto per questa riflessione attorno alla nascita, a metà
del XIX secolo in Francia (o meglio a Parigi, che di questo
secolo, come ha scritto Walter Benjamin, è la capitale)
di una grande stagione pittorica di cui Courbet è
stato, appunto, il principale protagonista.
Una stagione che si è sviluppata tra i moti rivoluzionari
del 1848 e la sconfitta della Comune di Parigi nel 1871
e che possiamo considerare, schematizzando, espressione
di uno di quei rari momenti della storia in cui l'arte e
la politica sono state intimamente legate. Con questo non
vogliamo dire, semplicemente, che l'arte realista sia il
rispecchiamento delle trasformazioni sociali in atto o che
il linguaggio delle forme parlato da Courbet sia la meccanica
traduzione dei nuovi contenuti politici (sarebbe questa
una lettura esageratamente ideologica), bensì che
ci sia una corrispondenza, un comune sentire. L'arte realista,
e la pittura di Courbet in particolare, non è, a
nostro parere, la mera illustrazione del conflitto sociale
che in quegli anni infuocati opponeva alla borghesia la
nuova coscienza del proletariato, bensì manifesta,
con i suoi peculiari e autonomi mezzi, le medesime caratteristiche
rivoluzionarie, antigerarchiche e democratiche. Si tratta,
dunque, di una rivoluzione formale, linguistica che marcia
accanto a quella politica. Non solamente dell'emergere di
temi o generi nuovi (gli spaccapietre, i contadini o i paesaggi
e le marine) bensì della volontà di rappresentare
in modo diverso la realtà, il presente, l'oggi. Courbet
dichiara che è tramontata la pittura di storia, che
l'unica storia che si può raccontare è quella
contemporanea e in questo senso fotografa, o meglio interpreta,
la realtà nella sua consistenza fenomenica, facendone
emergere nello stesso istante tutti gli elementi in primo
piano, senza discriminare, senza creare distanze temporali
o prospettiche tra l'azione, quel qui e ora che conquista
prepotentemente la tela, e il suo "sfondo", il
passato, la storia, il tempo. Non solo una nuova concezione
del tempo è alla base della rivoluzione formale di
Courbet, vi è anche una nuova concezione della tecnica
pittorica, facilitata dall'invenzione della fotografia che
permette di guardare la realtà in un diverso modo
e consente di coglierne tutti gli aspetti senza bisogno
di categorizzarli o giudicarli a priori. Questo non significa
che l'occhio del pittore fotografi in maniera anodina la
realtà bensì che ne possa registrare e interpretare
i dati senza dover passare attraverso schemi o idee modellanti.
Courbet è occhio e pennello, la sua mano è
sciolta e disinvolta, la sua pittura felice ma senza idee
o meglio è caratterizzata da un unico, volgarissimo,
pensiero: quello della realtà, come notano sia Ingres
che Delacroix, il primo con disprezzo mentre il secondo,
seppur in termini critici, con grande riconoscimento e rispetto.
La pittura di Courbet quindi è innovativa e addirittura
rivoluzionaria non solo per il tema che sceglie - che è
quello della vita vera - ma per come lo realizza: la sua
democrazia pittorica non è solamente nella scelta
non discriminatoria e non convenzionale dei temi da rappresentare
ma soprattutto nel "come" questi soggetti-non
soggetti vengono rappresentati. Caratteristiche della sua
pittura realista saranno la scomparsa del disegno, che non
c'è in natura, l'uso del colore a macchia, il disinteresse
per la composizione tradizionale nonché l'abolizione
della scala gerarchica dei soggetti: tutto può e
deve essere rappresentato anche le cose brutte e monotone
come il lavoro (Le contadine che vagliano il grano) o private
come il dolore o la sofferenza (Il funerale ad Ornans dipinto
come un quadro di storia) o banali (Dopocena a Ornans che
apre la strada agli impressionisti e a Cézanne).
L'unica condizione è che tutto ciò che si
sceglie di dipingere deve essere reso nella sua consistenza
più fisica e concreta. Del resto, prima di scrivere
la lettera a proposito dell'insegnamento, Courbet aveva
impartito qualche lezione di pittura ai suoi giovani allievi.
Castagnary ricorda che tra le singolari lezioni, che non
avevano mancato di suscitare polemiche e commenti, aveva
fatto particolarmente scalpore quella che aveva avuto per
modello "un bue rosso con macchie bianche legato per
le corna a un anello di ferro fortemente confitto nel muro".
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